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La Valfurva si apre a oriente della conca di Bormio e si addentra per circa 25 chilometri nel gruppo alpino dell’Ortles-Cevedale. L’antico nome del paese di S. Antonio, Furva o Furvaplana, si estese fino a definire e identificare tutta la vallata. Una singolarità della Valfurva è proprio l’abbandono di alcuni antichi toponimi per assumere il nome del santo titolare della chiesa: infatti, allo stesso modo di S. Antonio che perse il nome di Furva, Flodraglio si chiamò S. Nicolò, Zurdo divenne S. Gottardo e Magliavacca S. Caterina. I piccoli agglomerati di case sparse sulle pendici della Reit, un tempo dette genericamente i Mont, hanno costituito la parrocchia intitolata alla Vergine del Carmine ed hanno assunto il nome di Madonna dei Monti. Tutte la contrade della vallata costituivano anticamente la cura di Furva che si distaccò, di fatto nel 1379, dalla chiesa plebana di Bormio, avviando il processo di frazionamento dell’antica pieve. Preziose opere d’arte sono conservate nei piccoli oratori edificati in ogni villaggio, ma, ad essi, i valligiani vollero aggiungere nel XVIII secolo, poco oltre l’imbocco della valle, un singolare santuario intitolato alla Madonna della Misericordia. L’edificio poligonale barocco contiene un’edicola cinquecentesca raffigurante la Vergine che allatta; l’immagine, assai diffusa prima del concilio di Trento conclusosi nel 1563, fu in seguito rappresentata molto raramente. Una di queste rare immagini appare sulla facciata della chiesa, opera del pittore valligiano Giovanni Noale. Nelle istituzioni della Communitas Burmii, in particolare nel consiglio “seduto”, la Valfurva, come le altre due valli che confluiscono verso la Terra Mastra  di Bormio, aveva due consiglieri dei sedici complessivi. Dopo la fine del dominio grigione, nel 1797, seguì le sorti del Contado ed entrò a far parte della Lombardia. Nel 1816, dopo una prima divisione della vallata in due distinti comuni, si accorparono tutte le contrade nell’unico comune di Valfurva, come già erano riunite nell’antico regime. Tra le attività economiche, alle tradizionali legate all’agricoltura montana, all’allevamento e a uno scarso commercio per la via del Gavia, nella seconda metà del XIX secolo si affiancarono le prime attività turistiche: l’alpinismo e le cure con le salutari acque ferrugginose. Il Grand Hotel S. Caterina offrì una comoda base ai primi alpinisti, inglesi e tedeschi soprattutto, che scalarono le affascinanti montagne che coronano la Valfurva, oltrecché essere una comoda e raffinata dimora per le élite che sceglievano le cure con la celeberrime acque. Il turismo, allora agli albori, diverrà poi il settore economico trainante per l’intera vallata, facendo dimenticare un’altra attività complementare all’agricoltura, quella del calzolaio, migrante stagionale nei paesi dell’Italia Settentrionale. Di questa secolare pratica non è rimasto che lo studio del loro caratteristico gergo per i linguisti: al plat di scióbar.  


A cura del Centro Studi Storici Alta Valtellina